Luglio, sono abbastanza sicuro. Rientravo a casa, in un pomeriggio di un giorno qualunque di quel mese sempre caldo. Ero stato a casa di Tony, un incontro ricreativo con gli amici, in quegli anni di moda. Salvini era un bimbo.

Ero felice quel giorno di luglio, ah se mi ricordassi quale. Stavo bene, pedalavo tranquillo, zero traffico all’ora dell’oro, una luce strepitosa, la mia gigantesca cuffia Pioneer collegata al walkman nonSony comprato con un magheggio a Venezia, dirottando i soldi per il pranzo della gita scolastica su un dignitoso clone cinese. La cuffia l’avevo comprata usata dal mio prof estivo di matematica – rimandato con un cinque passai con otto, che spreco di tempo. Ma almeno avevo conosciuto questo stempiatissimo trentenne, che mi condusse al successo e mi cedette non senza compenso quell’hardware esoterico, lui fissato con l’hi-fi e il rock progressivo. Io solo col primo, amavo altra musica, di sicuro non quegli anni ottanta che ancora tutti canticchiano e a cui si dedicano interi palinsesti radiofonici, rutilanti podcasts e playlists Spotify.

Mi piaceva l’R&B e la soul, e quel pop raffinato tra le due. E il jazz e la fusion. Generi che non primeggiavano negli States, figuriamoci in Italia dove largheggiava il trash pop e il melodico – si riveda qualche Sanremo dell’epoca per capire. Suonavo e sognavo da accolito di nicchie musicali esclusive, praticate da pochi adepti.

Quel tardo pomeriggio ascoltavo Al Jarreau. Da pochi mesi era uscito il suo album omonimo, un capolavoro assoluto che mi emoziona ancora dopo quarant’anni, scritto e suonato dai più grandi talenti musicali di quell’epoca. Inutile soffermarsi sui nomi, ci vorrebbe un’enciclopedia per leggere di tutti, di Gadd e Laboriel e Foster, di Graydon e Lubbock e tutti gli altri.

Alla fine del viale alberato che costeggia il vecchio ospedale, tutto in ombra per la posizione del sole, entro nella grande rotonda dietro la curva est dello stadio, il sole caldo mi si piazza in faccia e inizia Mornin’. È un momento catartico, uno di quegli attimi che in modi diversi capitano a tutti, qualcosa che ti resta dentro.

Una sensazione indescrivibile, ho un ricordo vivido di benessere assoluto, di gioia. Quei brani suonati e arrangiati magistralmente in quel momento del giorno, su quel percorso, furono perfetti. E perfetti tecnicamente lo erano davvero, con quelle sonorità straordinarie merito della qualità dei musicisti, degli arrangiamenti e degli strumenti dell’epoca. Ero infatuato dal timbro meraviglioso del piano elettrico Rhodes, il mio strumento fin da allora (l’anno successivo ne acquistai uno, con un viaggio rocambolesco che meriterebbe un racconto a parte). È poi diventato amore eterno.

Devo fare un inciso: tutti conoscono il piano Rhodes senza sapere che è il Piano Rhodes. Ha caratterizzato la musica di ogni genere da quando è entrato in commercio alla fine degli anni cinquanta. Dopo qualche anno di sordina tra i novanta e i duemila, relegato a produzioni jazz o di nicchia, sostituito dai sintetizzatori FM, ora è tornato ad essere protagonista: il marchio è stato rilevato e portato a nuova produzione. L’ho visto in uno short di poco tempo fa, suonato da Chris Martin dei Coldplay in un live di Jacob Collier all’O2 Arena di Greenwich.
Il suono del piano elettrico, chi lo conosce lo sa, non è sempre identico. Ognuno ha un suo proprio timbro perché è uno strumento elettroacustico. I pickup, come quelli della chitarra, amplificano la vibrazione generata dalla meccanica, il tasto aziona un martelletto che colpisce e fa risuonare un diapason metallico. E come per ogni strumento acustico classico, la combinazione della qualità dei componenti, dell’assemblaggio e della loro relazione nel produrre quella vibrazione rende ogni piano Rhodes simile all’altro, ma unico nella propria timbrica e nella meccanica complessiva.

A Los Angeles le produzioni erano molto accurate. Gli strumenti si noleggiavano da fornitori precisi che curavano la qualità timbrica e tecnica. Per quell’album di Jarreau chiamarono Leeds Musical Instruments Rentals, di North Hollywood. Con 150 dollari al giorno potevi contare su strumenti perfetti, ben accordati, con le circuiterie sempre revisionate. Leeds possedeva (e noleggiava) più di dieci piani elettrici, ma le produzioni ne sceglievano uno, sempre lo stesso. Un modello preciso, con timbrica, risposta e qualità sonora straordinarie, indicato con una E a stencil sulla cover. Quel particolare piano dal carattere squisito ha firmato tante produzioni ben famose e quella dell’album Jarreau, quei brani così perfetti che mi hanno dato felicità pura nel pomeriggio di quel luglio.

Un pianoforte elettrico unico, il più bel Rhodes di sempre, uno strumento incantevole. Impossibile replicarlo.

Solo pochi mesi fa ho scoperto che ci fu un compratore, un misconosciuto tastierista di nome George Mamalakis che rovistando nei magazzini di Leeds acquistò quell’E Rhodes usato nell’85. Lui ne conosceva la storia: da appassionato cultore lo tenne in casa sua in ambiente climatizzato per preservarne la qualità e nel 2015 decise di campionarlo. Quell’operazione artigianale e complicatissima che in pratica registra ogni singola nota in ogni singolo possibile tono ed intensità di percussione, per ricomporre poi tutti i singoli suoni in un software che permetta a chi lo possegga di riprodurre esattamente quel preciso suono e timbro originale.

Un’epifania.

L’ho comprato subito quel software. Se me lo avessero detto nel 1983 non avrei potuto crederci. È una cosa incredibile, non ci sono parole per descrivere la sensazione che provo accompagnando quei brani che conosco a memoria usando esattamente lo strumento con cui sono stati creati. È una sensazione di pura felicità, una sensazione che si ripete ogni volta intensissima, che discende dal ricordo di quel momento sublime in un pomeriggio di luglio dell’83.

Cosa ho reimparato di nuovo?
A volte pensiamo che le novità tecnologiche siano pericolose. C’è sempre una certa forse inconscia incomprensione verso il cambiamento richiesto dalle tecnologie. Una resistenza che è tutt’altro che sola diffidenza, che influenza abitudini e produce pruriti inopportuni quanto sconsiderati, quella velleità di instillare sempre dubbi sul nuovo, oggi più diffusa dal tripudio di Dunning-Kruger microfonati a tuonar di questa e quella sciocchezza in nome di arroganti libertà di pensiero. Macché.

Dovremmo ricordarci i momenti di esaltazione offerti dalle novità, le nostre epifanie private. Ci aiuterebbero a sospendere i giudizi, specie in mancanza di conoscenza. Ci aiuterebbero a provare gratitudine per il nuovo, ad accoglierlo come salvifico per noi e per il futuro dell’umanità, comunque sia.

Ogni novità, anche quella nefasta che ha necessitato di pensiero opposto, ha prodotto progresso e avanzamento col tempo. E infine singoli momenti di pura gioia come il mio.
Ringrazio David Foster per aver suonato magistralmente l’E Rhodes della Leeds Rentals in quell’album di Jarreau. Ringrazio Mamalakis per aver dedicato anni alla cura di quel particolare piano.

Ringrazio la tecnologia che oggi permette a me e a molti altri di suonare proprio quello strumento, con grandissimo piacere.

Che si tratti della generazione di immagini o testi, di agenti AI e MCP, della ricostruzione e animazione di una vecchia fotografia danneggiata, che si tratti del dito che scorre il testo che stai leggendo sul tuo smartphone utilizzando il touchscreen – studiato da un ingegnere inglese nel ’69 e adottato praticamente dal CERN per avere un’interfaccia pratica per controllare il suo sincrotrone nel 1973, poco cambia.

 

Ringrazio la ricerca, senza la quale non esisterebbe alcuna tecnologia.

 

 

(Immagine realizzata con la postproduzione di mmad eu da una foto del Famous “E” Rhodes e da un’elaborazione eseguita con Midjourney)