In passato – forse con più ardita lungimiranza e con fervida freschezza – si cercava di immaginarci oltre gli anni della nostra vita. In tutte le classi sociali si lavorava al futuro dei propri figli. Sembra che non ci sia più nessuno capace di fare proiezioni di lungo respiro. Se prima certe previsioni, certe opinioni del dopo si facevano immaginando tecnologie e consumi, l’accelerazione delle tecnologie e i cambiamenti dei consumi che (non sempre) ci migliorano la vita sembrano quasi aver congelato la capacità di guardare oltre l’orizzonte.

In poche decine di anni abbiamo cambiato radicalmente le abitudini alimentari, i tempi e i costi dei trasporti, i modi con cui ci relazioniamo, le aspettative, i bisogni, il senso della vita.

Se centocinquanta anni fa si guardava al domani con una grandissima fiducia nel cambiamento, ci siamo abituati a pensare al nostro futuro immaginandolo a tinte fosche, con una visione priva di conforto. Sembra sia impossibile immaginarlo, perché si ha paura di comunicarne la grigia mestizia: non riusciamo a vedere ciò che crediamo possa essere temibile. In questo, certe letture provinciali e certi media non ci aiutano affatto, perché si affannano nel tentativo di congelare il cambiamento.

I giovani non hanno prospettive. E non sempre hanno voglia di individuarle. Sembra mancare il metodo, l’indirizzo. I meno giovani si sentono ancora giovani perché ancora non hanno raggiunto quello che credono di volere. Gli anziani, se hanno costruito qualcosa, non ci pensano proprio a cederlo ai giovani. Non saprebbero gestirlo.

La storia non si ripete (perché noi non impariamo niente dalla storia); è quando la società prende coscienza del cambiamento.

Ecco, ora la società italiana sembra prendere coscienza dei nuovi media.

Nella scorsa puntata di NDP (Niente di personale, ndr) del 26 aprile, su La7, Antonello Piroso intervistando Paolo Mieli introduce la domanda offrendo uno spunto alla risposta, a proposito della crisi dell’editoria (meno di cinque milioni di copie di quotidiani venduti nell’intera Italia) dicendo che forse dipende anche dall’autoreferenzialità del giornalismo stesso, che tratta temi e approfondisce sulla scorta della sua propria visione – non determinata da una analisi sociale concreta ma dalle relazioni tra relatori della notizia. E Mieli risponde non da meno, affermando quanto è chiaro a tutti: ormai la gente si informa in altro modo, TV e giornali non bastano più.

Alla luce di questo si possono leggere o ascoltare le notizie degli accadimenti della settimana passata.  L’incendio nella web farm di Aruba che ha messo offline molte migliaia di siti web e il servizio PEC dell’azienda aretina, raccontato dai media come “blackout di mezza rete italiana”, con evidente approssimativa superficialità, almeno. Aruba – con tutti i suoi mezzi informativi spenti – ha usato proprio la rete per informare gli utenti creando un profilo twitter che dopo poche ore contava già migliaia di follower. Il matrimonio reale, ampiamente seguito in diretta dalle TV di mezzo mondo, più ampiamente visto in differita sull’internet attraverso i siti delle Tv di mezzo mondo e dal canale Youtube della Famiglia Reale.


Angelo Pasquarella scrive del Quinto stato, dopo il Quarto celeberrimo di Pelizza da Volpedo. È lo stato dei lavoratori della conoscenza. Penso si possa parlare di uno stato di formichine del terziario avanzato che conversano tra loro, in molti ne facciamo parte. Parliamo uno stesso idioma e ci autoreferenziamo, tutti, inconsapevoli. Il lavoro d’intelligenza però è determinante, non si può farne a meno, serve a far sì che un prodotto sia scelto rispetto ad un altro, o magari un servizio sia reputato migliore di quanto non sia in realtà.

Il quinto stato che esiste è ancora bambino. Gioca con la tecnologia, produce tonnellate di contenuti.

Molti pensano che questa mole di contenuti, con la crescita esponenziale di informazione e comunicazioni di ogni genere da parte dei produttori di conoscenza possa nuocere gravemente alla qualità. Un timore comprensibile se si guarda al cambiamento con gli occhi di chi osserva il meteorite che cade.

Non bisogna cedere alle lusinghe dei profeti: i veggenti non hanno mai aiutato l’umanità. Ma si può provare a ipotizzare qualche scenario futuro, immaginando quale potrebbe essere la situazione tra cinquanta o cento anni, quando la cultura sarà più diffusa, quando forse saremo meno assopiti dalla tecnologia della prima ora e la useremo in modo consapevole.

Quando i più saranno riusciti a spostare il punto di vista, cosa potremmo vedere oltre il grigio?